giovedì, 07 febbraio 2008,07/02/2008 14:14

Sei minuti di riflessione:

E ora...quanti minuti vogliamo per (di)sperarci!

martedì, 13 novembre 2007,13/11/2007 15:38

Durante l'ultima delle mie periodiche scorribande alla Feltrinelli mi sono comprata il dvd "Chisciotte e gli invincibili", ripresa di uno spettacolo andato in scena l'anno scorso con Erri De Luca, Gianmaria Testa e Gabriele Mirabassi.

Aldilà del vivo consiglio che vi do di comprarlo, noleggiarlo o comunque vederlo in qualche modo, mi limito a rimandarvi a questa recensione e a citarvi una poesia, recitata nello spettacolo, che mi è piaciuta moltissimo:

“Tante donne e nessuna tu.
.
A Sarajevo duecentomila donne
e nessuna tu.
.
In Europa duecento milioni di donne
e nessuna tu.
.
Nel mondo miliardi di donne
.
e nessuna tu”.
.
(Izet Sarajlić, “Nessuna tu”, da Qualcuno ha suonato)
.
Ah, come mi piacerebbe riuscire ad essere questo tipo di donna, per qualcuno!
...
Tralasciando le singlemalinconie, lo spettacolo dev'essere stato cosa preziosa per chi l'ha visto dal vivo.
Come riescano, questi tre uomini semplici buttati su un palco scarno, a tenere "dentro" allo spettacolo il pubblico, armati come moderni Chisciotte solo di quattro sedie, un tavolo, del vino, ma soprattutto di un clarinetto, una chitarra e due voci...resta un mistero.
Il mistero della poetica, che quando anche il cuore più duro la riconosce, non può non rimanerne incantato.
Il dvd, pur non essendo paragonabile allo spettacolo dal vivo, rende comunque abbastanza, i racconti di De Luca sono pura poesia, la voce e la chitarra di Testa come al solito scaldano il cuore, e il clarinetto di Mirabassi stupisce.
Accattatevillo!
venerdì, 19 gennaio 2007,19/01/2007 15:10

So di non brillare per originalità, ma il mio umore di oggi m'impone una svegliata, e almeno per me non c'è nulla di meglio del leggere quanto segue:

Foto di Elena Milani tratta dalla mostra "Rinascita In.nu" Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco
e I puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle
che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle
che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
Non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna, della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde
quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una
splendida felicita.

Pablo Neruda

 

giovedì, 11 gennaio 2007,11/01/2007 15:44

Vincent van Gogh - "Église d'Auvers-sur-Oise" (La chiesa di Auvers-sur-Oise), 1890.

Quando l'ho visto, al Museo D'Orsay di Parigi, sono rimasta senza parole.

Non è bellissimo?

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mercoledì, 10 gennaio 2007,10/01/2007 12:10

Tokyo, donna davanti a boutique Chanel

(fonte: Fotonews Ansa)

 

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venerdì, 20 ottobre 2006,20/10/2006 17:30

Pongo

di Luca Sofri


Sono due filosofie di vita: l'irreversibile contro il reversibile, il definitivo e il temporaneo, il rigido e l'elastico, il concreto e l'instabile


Internazionale 661, 28 settembre 2006


I conflitti generazionali tra genitori e figli si manifestano in primo luogo nel linguaggio. Se voi siete i genitori, questo si accompagna a una sensazione di inadeguatezza e anacronismo: vi sentite vecchi, tagliati fuori, avanzi di un mondo e una lingua che non ci sono più.



Per esempio, la bambina torna dall'asilo con un elefante rosa di pongo, e io le dico: "Che bello! L'hai fatto con il pongo?". E lei: "No, col didò!".



Allora, avevo cercato di rimuovere dal mio orizzonte la questione, ma ora mi trovo costretto ad affrontarla. Perché non c'è più il pongo e invece c'è il didò? Scopro innanzitutto che sono due cose diverse. E poi che esistono tutti e due (prodotti e venduti dallo stesso gruppo). Il didò – voi scafati lo sapevate – si secca (ai miei tempi quello era il das, ma non era colorato), mentre il pongo no, come una volta.



Sono due filosofie di vita: l'irreversibile contro il reversibile, il definitivo e il temporaneo, il rigido e l'elastico, il concreto e l'instabile. E già io propenderei per le seconde, anche per la formazione dei bambini: che si abituino alla versatilità e alla duttilità del mondo, alla precarietà di ogni cosa. In più, "didò" è un nome infantilizzante: non puoi avere compiuto trent'anni e pronunciarlo senza imbarazzo.



Pongo è più familiare, grazie all'equivoco con la coniugazione del verbo "porre". Per indottrinare la piccola, vado a comprarle del pongo su eBay: niente, solo didò. Un secchio a 13 euro. Il mondo s'irrigidisce.


(fonte: www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=13695 )